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24/01/2007
Scritto da provarancio alle 18:56

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Lahiri Mahasaya (Shyama Charan Lahiree 1828 - 1895) fu il guru del kriya yoga iniziato da Babaji, che iniziò la diffusione di questa scienza spirituale nell'epoca moderna. Impiegato nelle ferrovie indiane nella vita di tutti i giorni, Lahiri Mahasaya non si spostò mai dall'India. Considerato dai praticanti del kriya yoga e dai suoi seguaci come uno yogi perfettamente realizzato, i suoi discepoli raccontarono di aver assistito ad una grande quantità di presunti miracoli o fatti insoliti, quali, ad esempio, episodi di bilocazione.

I suoi figli e nipoti proseguirono la tradizione insieme a numerosi altri discepoli, tra i quali Sri Yukteswar, guru di Paramahansa Yogananda. Differentemente dagli altri guru del kriya yoga, Lahiri Mahasaya era un padre di famiglia. Non ha lasciato opere scritte direttamente, ma alcuni suoi discepoli hanno raccolto gran parte dei suoi commenti a molte scritture, tra le quali la Bhagavad Gita e alcune Upanishad.

Le sue ceneri sono a Varanasi. Una parte di esse è conservata nella casa del pro-pronipote Shibendu Lahiri (anch'egli guru del kriya yoga), mentre il resto delle stesse è conservato nella sua ultima dimora, anch'essa situata nei vicoli di Varanasi. Shibendu Lahiri conserva ancora oggi 24 diari (originariamente erano 26, ma 2 furono rubati anni fa) appartenuti a Lahiri Mahasaya e contenenti una descrizione delle sue principali esperienze spirituali.

Rintracciabile in: varie; e in (5) | 2 commenti


24/01/2007
Scritto da provarancio alle 18:36

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Si dice di cosa ovvia e scontata, che non varrebbe la pena dire. La storia non molto nota di questa parola è piuttosto curiosa.

Jacques II de Chabannes, signore di La Palice, morì durante un'assedio alla città di Pavia nel 1525. Il proposito dei suoi fidi soldati, di illustrare il coraggio del loro amato comandante in una cantica, non fu però felice. Costoro cantarono infatti: Il signor de La Palisse è morto. / Morto dinanzi a Pavia; / un quarto d'ora prima di morire / era ancora in vita.

L'aneddoto non pare sia stato, finora, contestato, anche se il primo riferimento ad esso risale a parecchi anni dopo l'avvenimento: se non nell'Ottocento, non prima del XVIII secolo.

Fu Edmond de Goncourt, editore di giornali, a inventare il termine lapalissade nel XIX secolo, termine che ebbe ben presto buona fortuna.
In lingua francese lapalissade è sostantivo, in italiano aggettivo, ma l'ortografia di entrambi comunque proviene dal nome moderno della città di Lapalisse, che ospita il castello storico di Jacques de La Palice.

Rintracciabile in: varie; e in (9), (1), (4), (5) | 2 commenti


24/01/2007
Scritto da provarancio alle 18:34

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Intanto, dopo il 1728, le stranezze del padre iniziarono a degenerare sempre di più, probabilmente per una malattia mentale. La moglie Anna, madre di Carlo Emanuele, era morta. Anche il primogenito, per il quale Vittorio Amedeo nutriva uno sconfinato amore, si era spento. Solo e stanco, il vecchio re decise di abdicare e di lasciare il trono al figlio Carlo Emanuele III.

"Carlino", come era stato denominato, non era per nulla amato dal padre. Gracile e quasi gobbo, si era, negli anni passati all'austera corte torinese, sempre più incupito. Sembra che parlasse poco, solo l'indispensabile. La sua istruzione era stata sommaria, poiché tutte le attenzioni erano andate al fratello maggiore.

Comunque sia, le lacune del principe ereditario furono colmate lavorando a fianco del padre, che gli faceva visitare le piazzeforti militari e lo interrogava dopo ogni colloquio con i ministri.

Vittorio Amedeo II fece sposare nel 1722 al figlio la principessa palatina Cristina Luigia di Baviera-Sulzbach, che si spense dopo appena un anno dando a Carlo Emanuele un erede che morì in età infantile.

La seconda moglie, scelta sempre dal padre, fu Polissena di Hesse-Rheinfelds, che diede al marito la maggior parte dei figli. Donna molto amata da Carlo Emanuele, venne sempre più mal vista da Vittorio Amedeo perché, egli riteneva, distogliesse le attenzioni del figlio dalla politica.

Tra i divieti curiosi che il padre impose al figlio (come non andare a caccia ogni giorno) vi fu anche quello dato ai due giovani sposi di dormire in due appartamenti separati.

Rintracciabile in: varie; e in (9), (4), (10), (5) | Nessun commento


24/01/2007
Scritto da provarancio alle 18:33

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Alla relativa semplicità romanica dell'architettura esterna della Basilica superiore, fa contrasto la vivace policromia e le slanciate forme gotiche della navata interna; questa, divisa in quattro campate con transetto e abside, presenta una copertura con volte a crociera. Uno stretto ballatoio corre tutto intorno alle pareti. La chiesa superiore è illuminata da grandi finestroni gotici che corrono lungo tutta la fascia alta della navata e dell'abside, a cui si aggiunge la luce che entra dal rosone della facciata. Il trono marmoreo collocato al centro dell'abside ne tradisce la destinazione originaria a cappella papale: fin dall'inizio, infatti, l'intera basilica fu sottomessa alla diretta giurisdizione del pontefice.

Cronologicamente gli affreschi partono dal presbiterio, in cui sono raffigurate Storie di Maria al centro e, sui bracci del transetto, Storie dell'Apocalisse e degli Apostoli. Le figure, verso cui Francesco nutriva la massima venerazione, sono ampiamente rappresentate: il Cristo crocifisso, la Vergine Maria, gli Apostoli (soprattutto Pietro e Paolo) e gli Angeli (in particolare l'Arcangelo Michele.

Il ciclo pittorico iniziò tra il 1267 e il 1270 quando, secondo le fonti, un "maestro di scuola gotica" e un "maestro di scuola romana" stavano lavorando alla parete destra del transetto nelle scene della vita degli apostoli Pietro e Paolo. La decorazione è continuata dal 1270 al 1280 sulla parete con la finestra, grazie all'opera di un "maestro romano".

Rintracciabile in: varie; e in (1), (9), (10) | Un commento


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